Capitolo Terzo

PRATICA DEL TEMPO DI NATALE

Imitare la Chiesa.

È giunto il momento in cui l’anima fedele sta per raccogliere il frutto degli sforzi che ha compiuti durante il periodo laborioso dell’Avvento, per preparare una dimora al Figlio di Dio che vuol nascere in essa. Il giorno delle nozze dell’Agnello è giunto, la Sposa si è preparata (Ap 19,7). Ora, la Sposa è la santa Chiesa; la Sposa è ogni anima fedele. L’inesauribile Signore si da completamente e con particolare tenerezza, a tutto il suo gregge e a ciascuna delle pecorelle del gregge. Quali abiti vestiremo per andare incontro allo Sposo? Quali perle, quali gioielli adorneranno le anime nostre in questo fortunato incontro? La Santa Chiesa nella Liturgia, ci istruisce a questo riguardo; e non possiamo far di meglio che imitarla in tutto, poiché essa è sempre accetta, ed essendo la Madre nostra, dobbiamo ascoltarla sempre.

Ma prima di parlare della mistica Venuta del Verbo nelle anime, prima di narrare i segreti di questa sublime familiarità del Creatore e delle creature, indichiamo innanzitutto, con la Chiesa, gli omaggi che la natura umana e ciascuna delle nostre anime deve offrire al divino Bambino che il cielo ci ha dato come una benefica rugiada. Durante l’Avvento, ci siamo uniti ai santi dell’Antica Alleanza per implorare la venuta del Messia Redentore; ora che egli è disceso, consideriamo quali omaggi sia giusto offrirgli.

 

L’Adorazione.

La Chiesa, in questo sacro tempo, offre al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni, i trasporti delle sue gioie ineffabili, l’omaggio d’una riconoscenza senza limiti, la tenerezza d’un amore che non ha l’uguale. I quali sentimenti – adorazione, gioia, riconoscenza e amore – formano anche l’insieme degli omaggi che ogni anima fedele deve offrire all’Emmanuele nella sua culla. Le preghiere della Liturgia ne daranno l’espressione più pura e più completa; ma penetriamo la natura di questi sentimenti onde meglio concepirli e appropriarci ancor più intimamente la forma sotto la quale la santa Chiesa li esprime.

Il primo dovere da compiere presso la culla del Salvatore è quello dell’adorazione. L’adorazione è il primo atto di religione; ma si può dire che, nel mistero della Natività, tutto sembra contribuire a rendere questo dovere ancora più santo. In cielo, gli Angeli si velano il volto e si annientano davanti al trono di Dio; i ventiquattro seniori abbassano continuamente i loro diademi dinanzi alla maestà dell’Agnello: che faremo noi peccatori, indegne membra della tribù riscattata, quando Dio stesso si presenta a noi umiliato e annientato per noi? Quando, per il più sublime rovesciamento, i doveri della creatura verso il Creatore sono adempiuti dal Creatore stesso? Quando il Dio eterno s’inchina, non più solo davanti alla maestà infinita, ma dinanzi all’uomo peccatore?

È dunque giusto che alla vista di sì meraviglioso spettacolo ci sforziamo di offrire, con le nostre profonde adorazioni, al Dio che si umilia per noi, almeno qualcosa di quanto il suo amore per l’uomo e la sua fedeltà alle disposizioni del Padre gli sottrae. È necessario che sulla terra imitiamo, per quanto ci è possibile, i sentimenti degli angeli nel cielo, e non ci accostiamo al divino Bambino senza presentargli innanzitutto l’incenso d’una adorazione sincera, la protesta della nostra dipendenza, e infine l’omaggio di annientamento .dovuto a quella Maestà infinita, tanto più degna del nostro rispetto in quanto è per noi stessi che si umilia. Guai dunque a noi se, resi troppo familiari dalla apparente debolezza del divino Bambino, dalla dolcezza stessa delle sue carezze, pensiamo di poter tralasciare qualcosa di questo primo e più importante dovere, e dimenticare per un momento ciò che è lui e ciò che siamo noi!

L’esempio della purissima Maria servirà potentemente a mantenere in noi l’umiltà. Maria davanti a Dio fu umile prima di essere Madre; divenuta Madre, diviene ancora più umile davanti al suo Dio e al suo Figlio. Noi dunque, vili creature, peccatori mille volte graziati, adoriamo con tutte le nostre forze Colui che da tanta altezza, discende fino alla nostra bassezza e sforziamoci di indennizzarlo, con il nostro abbassamento, della sua mangiatoia, delle sue fasce, dell’eclissi della sua gloria. Tuttavia, cercheremo invano di scendere fino al livello della sua umiltà; bisognerebbe essere Dio per raggiungere le umiliazioni di Dio.

 

La Gioia.

La santa Chiesa non si limita ad offrire al Dio Bambino il tributo delle sue profonde adorazioni; il mistero dell’Emmanuele, del Dio con noi, è per essa la fonte di una ineffabile gioia. Il rispetto dovuto a Dio si concilia mirabilmente, nei suoi sublimi cantici, con la gioia che hanno raccomandata gli Angeli. Si compiace di imitare la letizia dei pastori che vennero solleciti ed esultanti a Betlemme (Lc 2,16), e anche la gioia dei Magi quando, nell’uscire da Gerusalemme; videro nuovamente la stella (Mt 2,10). Da ciò deriva che tutta la cristianità, avendolo compreso, celebra la Nascita divina con canti lieti e popolari, conosciuti sotto il nome di Pastorali.

Uniamoci, o cristiani, a questa gioia esultante; non è più tempo di sospirare, ne di versare lacrime: Ecco ci è nato un pargolo (Is 9,6). Colui che aspettavamo è finalmente venuto, ed è venuto per abitare con noi. Quanto è stata lunga l’attesa, tanto inebriante è la felicità del possesso. Verrà presto il giorno in cui il Bambino che oggi nasce, diventato uomo, sarà l’uomo dei dolori. Allora patiremo can lui; ora bisogna che godiamo della sua venuta, e cantiamo presso la sua culla con gli Angeli. Questi quaranta giorni passeranno presto; accettiamo a cuore aperto la gioia che ci viene dall’alto come un dono celeste. La divina Sapienza ci insegna che il cuore del giusto è in continua festa (Prov 15,16) perché in esso vi è la Pace: ora, in questi giorni ci è arrecata sulla terra la Pace, la Pace agli uomini di buona volontà.

 

La Riconoscenza.

A questa mistica e deliziosa gioia viene ad unirsi quasi di per sé il sentimento della riconoscenza verso Colui che, senza essere fermato dalla nostra indegnità né trattenuto dai riguardi dovuti alla suprema Maestà, ha voluto scegliersi una madre tra le figlie degli uomini, una culla in una stalla: tanto aveva a cuore di affrettare l’opera della nostra salvezza, di evitare tutto ciò che potesse ispirarci qualche timore o qualche timidità nei suoi riguardi, di incoraggiarci con il suo divino esempio nella via dell’umiltà in cui è necessario che camminiamo per risalire al cielo donde il nostro orgoglio ci ha fatti cadere.

Riceviamo dunque con cuore commosso questo dono prezioso d’un Bambino liberatore. È il Figlio unigenito del Padre, di quel Padre che ha tanto amato il mondo da sacrificare il proprio Figlio (Gv 3,16); è quello stesso Figlio unigenito che ratifica pienamente la volontà del Padre suo, e che viene a offrirsi per noi perché vuole (Is 53,7). Forse che nel darcelo – dice l’Apostolo – il Padre non ci ha dato tutto con lui? (Rm 8,32). O dono inestimabile! Quale gratitudine potremmo offrire noi che possa uguagliare tanto beneficio, quando, dal profondo della nostra miseria, siamo incapaci di apprezzarne perfino il valore? Dio solo e il divino Bambino che dalla culla ne custodisce il segreto, sa quello che ci dona in questo mistero.

 

L’amore.

Ma, se la riconoscenza è sproporzionata al beneficio, chi dunque soddisfarà il debito? L’amore soltanto potrà farlo, poiché, per quanto finito, almeno non si misura e può crescere sempre. Perciò la santa Chiesa, davanti alla mangiatoia, dopo aver adorato, ringraziato, si sente presa da una indicibile tenerezza e dice: Come sei bello, o mio diletto! (Ct 1,15). Quanto è dolce alla mia vista il tuo sorgere, o divino Sole di giustizia! Quanto il tuo calore è vivificante per il mio cuore! Come è sicuro il tuo trionfo sulla mia anima, poiché tu l’attacchi con le armi della debolezza, dell’umiltà e dell’infanzia! Tutte le parole si cambiano in parole d’amore; e l’adorazione, la lode, il ringraziamento non sono nei suoi Cantici che l’espressione cangiante e intima dell’amore che trasforma tutti i suoi sentimenti.

Anche noi, o cristiani, seguiamo la Chiesa Madre nostra, e portiamo i nostri cuori all’Emmanuele! I Pastori gli offrono la loro semplicità, i Magi gli portano ricchi doni; gli uni e gli altri ci insegnano che nessuno deve comparire davanti al divino Bambino senza offrirgli un dono degno di lui. Ora, teniamolo bene presente: egli disdegna ogni altro tesoro fuorché quello che è venuto a cercare. L’amore lo fa discendere dal cielo; commiseriamo il cuore che non gli restituisce l’amore!

Questi sono dunque gli omaggi che le anime nostre debbono presentare a Gesù Cristo in questa prima Venuta in cui egli viene nella carne e nell’infermità – come dice san Bernardo – non per giudicare il mondo ma per salvarlo.

Quanto riguarda la Venuta nella gloria e nella maestà terribile dell’ultimo giorno, l’abbiamo meditato abbastanza durante le settimane dell’Avvento. Il timore dell’ira futura avrebbe dovuto risvegliare i nostri cuori dal sonno in cui giacevano e prepararli nell’umiltà a ricevere la visita del Salvatore in questa Venuta intermedia che si compie segretamente nell’intimo delle anime, e di cui ci resta ancora da narrare l’ineffabile mistero.

 

La Vita illuminativa.

Abbiamo mostrato altrove come il tempo dell’Avvento appartenga a quel periodo della vita spirituale che la Teologia Mistica designa con il nome di Vita purgativa, e durante la quale l’anima si di stacca dal peccato e dai legami del peccato, per il timore dei giudizi di Dio, mediante la mortificazione e la lotta corpo a corpo contro la concupiscenza. Noi supponiamo dunque che ogni anima fedele abbia attraversato questa valle d’amarezza, per essere ammessa al banchetto a cui la Chiesa, per bocca del Profeta Isaia, convoca tutti i popoli nel nome del Signore, nel giorno in cui si deve cantare: Ecco il nostro Dio: l’abbiamo aspettato, ed egli viene finalmente a salvarci; abbiamo sopportato il suo ritardo; esultiamo di gioia nella salvezza che egli ci arreca (Sabato della seconda settimana di Avvento). È anche giusto dire che, come vi sono nella casa del Padre celeste parecchie dimore (Gv 14,2), così in questa grande solennità, la Chiesa vede tra la moltitudine dei suoi figli che si stringono in questi giorni alla tavola dove si distribuisce il Pane di vita, una grande varietà di sentimenti e di disposizioni. Gli uni erano morti alla grazia, e i soccorsi del sacro tempo dell’Avvento li hanno fatti rivivere; gli altri, che già vivevano, hanno con i loro sospiri ravvivato il proprio amore, e l’entrata in Betlemme è stata per essi come un rinnovamento della vita divina.

Ora, ogni anima introdotta in Betlemme, cioè nella Casa del Pane unita a Colui che è la Luce del mondo (Gv 14,2), non cammina più nelle tenebre. Il mistero di Natale è un mistero di illuminazione, e la grazia che produce nell’anima nostra la stabilisce, se essa è fedele, in quel secondo stato della vita mistica che è chiamato Vita illuminativa. D’ora in poi non abbiamo più da affliggerci nell’attesa del Signore; egli è venuto, ci ha illuminati, e la sua luce non si spegne più. Deve anzi crescere man mano che l’Anno Liturgico si svilupperà. Che possiamo riflettere il più fedelmente possibile nelle anime nostre il progresso di questa luce, e pervenire con il suo aiuto al bene dell’unione divina che corona insieme l’Anno Liturgico e l’anima santificata da esso!

Ma nel mistero di Natale e dei quaranta giorni della Nascita, la luce è ancora proporzionata alla nostra debolezza. È senza dubbio il Verbo, la Sapienza del Padre, che ci si propone a conoscere e ad imitare; ma questo Verbo, questa Sapienza appaiono sotto le sembianze dell’infanzia. Nulla dunque ci impedisca di avvicinarci. Non è un trono, ma una culla; non è un palazzo, ma una stalla; non si tratta ancora di fatiche, di sudori, di croce e di sepolcro; meno ancora di gloria e di trionfo; non si tratta che di dolcezza, di silenzio e di semplicità. Avvicinatevi dunque – ci dice il Salmista – e sarete illuminati (Sal 33,6).

Chi potrebbe degnamente narrare il mistero dell’infanzia di Cristo nelle anime, e dell’infanzia delle anime in Cristo? Questo duplice mistero che si compie in questo sacro tempo è stato reso meravigliosamente da san Leone nel suo sesto Sermone sulla Natività del Salvatore, quando dice: “Benché l’infanzia che la maestà del Figlio di Dio non ha disdegnata abbia successivamente lasciato il posto all’età dell’uomo perfetto, e dopo il trionfo della Passione e della Risurrezione, tutto il seguito degli atti dell’umiltà di cui il Verbo si era rivestito per noi sia per sempre compiuta, la presente solennità rinnova per noi la Nascita di Gesù dalla vergine Maria; e adorando la nascita del nostro Salvatore, è la nostra stessa origine che noi celebriamo. Infatti, la generazione temporale di Cristo è la fonte del popolo, cristiano, e la nascita del Capo è insieme quella del corpo. Senza dubbio, ognuno dei chiamati ha il proprio posto, e i figli della Chiesa sono distinti gli uni dagli altri per la successione dei tempi; tuttavia l’insieme dei fedeli, uscito dal fonte battesimale, come è crocifisso con Cristo nella sua Passione, risuscitato nella sua Risurrezione, messo alla destra del Padre nella sua Ascensione, è anche generato con lui in questa Natività. Ogni uomo, in qualunque parte del mondo dei credenti abiti, è rigenerato in Cristo; la vecchiaia della sua prima generazione è troncata; egli rinasce in un uomo nuovo, e d’ora in poi non si trova più nella filiazione del proprio padre secondo la carne, ma nella natura stessa di quel Salvatore che si è fatto Figlio dell’uomo, affinché possiamo diventare figli di Dio”.

 

La nuova Natività.

Eccolo, il mistero di Natale! È appunto questo che ci dice il Discepolo prediletto nel Vangelo che la Chiesa ci fa leggere alla terza Messa di questa grande festa. A quelli che l’hanno voluto ricevere, ha concesso di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo Nome, che non sono nati dal sangue ne dalla volontà dell’uomo, ma da Dio. Dunque, tutti quelli che dopo aver purificato la propria anima, dopo essersi liberati dalla servitù della carne e del sangue, dopo aver rinunciato a tutto ciò che conservano dell’uomo peccatore, vogliono aprire il proprio cuore al Verbo divino, a questa LUCE che risplende nelle tenebre e che le tenebre non hanno compresa, tutti questi nascono con Gesù il Cristo, nascono da Dio; cominciano una vita nuova, come il Figlio stesso di Dio in questo mistero.

Quanto sono belli questi preludi della vita cristiana! Quanto è grande la gloria di Betlemme, cioè della santa Chiesa, la vera Casa del Pane, in seno alla quale in questi giorni, su tutte le terre si produce una così immensa moltitudine di figli di Dio! O perpetuità dei nostri Misteri che nulla esaurisce! L’Agnello immolato fin dall’inizio del mondo si immola per sempre dal tempo della sua immolazione reale; ed ecco che, nato una volta della Vergine Maria, trova la sua gloria nel rinascere continuamente nelle anime. E non pensiamo che l’onore della Maternità divina ne sia diminuito, come se ciascuna delle nostre anime raggiungesse d’ora in poi la dignità di Maria. “Lungi da ciò – ci dice il Venerabile Beda nel suo commento a san Luca – bisogna che alziamo la voce di mezzo alla folla, come quella donna del Vangelo che raffigura la Chiesa cattolica, e diciamo al Salvatore: Beato il seno che ti ha portato e le mammelle che ti hanno allattato!“. Prerogativa incomunicabile, infatti, e che stabilisce per sempre Maria Madre di Dio e Madre del genere umano. Ma non è detto con ciò che dobbiamo dimenticare la risposta che il Salvatore diede alla donna di cui parla san Luca: Più beati ancora – egli dice – quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica! (Lc 11,28).

“Con questa sentenza – continua il Venerabile Beda – Cristo dichiara beata non più soltanto colei che ebbe il favore di generare corporalmente il Verbo di Dio, ma anche tutti coloro che si impegneranno a concepire spiritualmente quello stesso Verbo mediante l’obbedienza della fede, e che, praticando le opere buone, lo genereranno nel proprio cuore e in quello dei fratelli, e ve lo nutriranno con cura materna. Se dunque la Madre di Dio è chiamata giustamente beata perché è stata il ministro dell’Incarnazione del Verbo nel tempo, quanto più è beata per essere rimasta sempre nel suo amore!”.

Non è forse la stessa dottrina che ci propone il Salvatore in un’altra circostanza, quando dice: Colui che farà la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre? (Mt 12,50). E perché l’Angelo fu inviato a Maria in preferenza che a tutte le altre figlie d’Israele, se non perché essa aveva già concepito il Verbo divino nel proprio cuore, mediante l’integrità del suo amore, la grandezza della sua umiltà, l’incomparabile merito della sua verginità? E ancora, quale è la causa dello splendore di santità che riluce nella Madre di Dio fin nell’eternità, se non il fatto che la benedetta fra tutte le donne avendo una volta concepito e partorito secondo la carne il Figlio di Dio, lo concepisce e lo partorisce per sempre secondo lo spirito, mediante la sua fedeltà a tutti i voleri del Padre celeste, il suo amore per la luce increata del Verbo divino, la sua unione con lo Spirito di santificazione che abita in lei?

Ma nessuno nella stirpe umana è privato dell’onore di seguire Maria, benché da lontano, nella prerogativa di questa maternità spirituale, ora che l’augusta Vergine ha adempiuto il glorioso compito di aprirci la strada con il parto temporale che celebriamo, e che è stato per il mondo l’iniziazione ai misteri di Dio. Nelle settimane dell’Avvento, abbiamo dovuto preparare le vie del Signore; ormai dobbiamo averlo concepito nelle nostre anime; affrettiamoci a darlo alla luce nelle opere, affinché il Padre celeste, non vedendo più noi stessi in noi, ma soltanto il suo Verbo che crescerà in noi, possa dire di noi, nella sua misericordia, come disse una volta nella sua verità: Questi è il mio Figlio diletto nel quale mi sono compiaciuto (Mt 3,17).

A tale uopo, prestiamo orecchio alla dottrina del serafico san Bonaventura, che ci dimostra eloquentemente come si operi nelle nostre anime la nascita di Gesù Cristo. “Questa lieta nascita ha luogo – dice il santo Dottore in una Esortazione per la festa di Natale – quando l’anima, preparata da una lunga meditazione, passa infine all’azione; quando, sottomessa la carne allo spirito, sopraggiunge a sua volta l’opera buona: allora rinascono nell’anima la pace e la gioia interiore. In questa natività, non vi sono né lamenti, né doglie, né lacrime; tutto è ammirazione, esultanza e gloria. Ma se questo partorire ti aggrada, o anima devota, pensa ad essere Maria. Ora, questo nome significa amarezza: piangi amaramente i tuoi peccati; significa ancora illuminatrice: diventa risplendente di virtù; significa infine padrona: sappi dominare le passioni della carne. Allora Cristo nascerà in te, senza doglie e senza fatica. È allora che l’anima conosce e gusta quanto è dolce il Signore Gesù. Essa prova tale dolcezza quando, con sante meditazioni, nutre il Figlio divino; quando lo bagna delle sue lacrime; quando lo avvolge dei suoi casti desideri; quando lo stringe negli abbracci d’una santa tenerezza; quando lo riscalda nel più intimo del suo cuore. O beata mangiatoia di Betlemme, in te trovo il Re di gloria; ma più beato di te è il cuore pio che racchiude spiritualmente Colui che tu hai potuto contenere solo corporalmente”.

Ora, per passare così dalla concezione del Verbo alla sua nascita nelle nostre anime, in una parola per passare dall’Avvento al Tempo di Natale, bisogna che teniamo continuamente gli occhi del cuore su colui che vuoi nascere in noi, e nel quale rinasce la natura umana. Dobbiamo mostrarci gelosi di riprodurre i suoi tratti nella nostra debole e lontana imitazione, tanto più che, secondo l’Apostolo, è l’immagine del Figlio suo che il Padre celeste cercherà in noi, quando si tratterà di dichiararci capaci della divina predestinazione (Rm 8,29).

Ascoltiamo dunque la voce degli Angeli, e portiamoci fino a Betlemme. Ecco il vostro segno – ci vien detto: – troverete un bambino avvolto nelle fasce e posto in una mangiatoia (Lc 2,12). Dunque, o cristiani, bisogna che diventiate bambini; bisogna che conosciate di nuovo le fasce dell’infanzia; bisogna che scendiate dalla vostra altezza, e veniate presso il Salvatore disceso dal cielo, per nascondervi nell’umiltà della mangiatoia. Così, comincerete con lui una nuova vita; così la luce, che va sempre crescendo fino al giorno perfetto (Prov 4,18), vi illuminerà senza mai più lasciarvi; e, cominciando col vedere Dio in questo splendore nascente che lascia ancora il posto alla fede, vi preparerete per la felicità di quella UNIONE che non e più soltanto luce, ma la pienezza e il riposo dell’amore.

 

La Conversione.

Fin qui abbiamo parlato per le membra vive della Chiesa; abbiamo avuto di mira quelli che sono venuti al Signore nel sacro periodo dell’Avvento, e quelli che, viventi per la grazia dello Spirito Santo, quando finisce l’Anno Liturgico, hanno cominciato il nuovo nell’attesa e nella preparazione e si dispongono a rinascere con il Sole divino; ma non dobbiamo dimenticare quei nostri fratelli che hanno voluto morire; e che ne l’avvicinarsi dell’Emmanuele né l’attesa universale hanno potuto risvegliare dai loro sepolcri. Dobbiamo annunciare anche a loro, nella morte volontaria, ma guaribile da essi voluta, che la benignità e la misericordia del nostro Dio Salvatore sono apparse al mondo (Tit 3,4). Se dunque il nostro libro capitasse per caso fra le mani di qualcuno di coloro che, sollecitati ad arrendersi all’onnipotente Bambino, non l’avessero ancora fatto, e che, invece di tendere verso di lui nelle settimane che sono appena trascorse avessero passato quel santo periodo nel peccato e nella indifferenza, vorremmo ricordar loro l’antica pratica della Chiesa, attestata dal canone 15 del Concilio di Agda (506), nel quale è imposto a tutti i fedeli l’obbligo di accostarsi alla divina Eucaristia nella festa di Natale, come in quelle di Pasqua e di Pentecoste, sotto pena di non essere più considerati cattolici. Vorremmo descrivere loro il gaudio della Chiesa che in tutto il mondo, malgrado il raffreddamento della carità, vede ancora in quei giorni innumerevoli fedeli celebrare la Nascita dell’Agnello che toglie i peccati del mondo, con la partecipazione reale al suo corpo e al suo sangue.

Sappiatelo, dunque, o peccatori: la festa di Natale è una festa di grazia e di misericordia, nella quale il giusto e l’ingiusto si trovano riuniti alla stessa tavola. Per la nascita del Figlio suo, il Padre celeste ha voluto accordare la grazia a molti colpevoli; e vuole anche non escludere dal perdono se non quelli che si ostinassero ancora a rifiutare la misericordia. Così e non altrimenti, deve essere celebrata la venuta dell’Emmanuele.

Del resto, queste parole d’invito, non le diciamo di nostro arbitrio e avventatamente; ma nel nome della Chiesa stessa, che vi invita ad iniziare l’edificio della vostra vita nuova, nel giorno in cui il Figlio di Dio apre il corso della sua vita umana. Le prendiamo da un grande e santo Vescovo del medioevo, il pio Rabano Mauro, che in una sua Omelia, sulla nascita del Salvatore, non esitava ad invitare i peccatori perché, vanissero ad assidersi a fianco dei giusti, nella beata Stalla in cui gli animali privi di ragione seppero riconoscere il loro Padrone.

“Vi supplico, diletti Fratelli – diceva – ricevete di buon cuore le parole che il Signore mi suggerirà per voi in questo dolcissimo giorno che da la compunzione agli stessi infedeli e ai peccatori, in questo giorno che vede il peccatore implorare il perdono nelle lacrime del pentimento, il prigioniero non disperare più del suo ritorno in patria, il ferito desiderare il proprio rimedio. È questo il giorno in cui nasce l’Agnello che toglie i peccati del mondo, Cristo Salvatore nostro: natività che è la fonte d’una gioia deliziosa per colui che ha la coscienza in pace; che ridesta il timore in colui che ha il cuore malato; giorno veramente dolce e pieno di perdono per le anime penitenti. Io ve lo prometto dunque, o figliuoli, e lo dico con sicurezza: a chiunque in questo giorno vorrà pentirsi, e non tornare più al vomito del peccato, tutto ciò che domanderà sarà accordato. Una sola condizione gli sarà imposta: che abbia una fede senza esitazioni, e che non cerchi più i suoi vani piaceri.

Certo, oggi che il peccato del mondo intero è distrutto, come potrebbe il peccatore disperare? In questo giorno in cui nasce il Signore, promettiamo, fratelli carissimi, promettiamo a questo Redentore, e manteniamo le nostre promesse, come è scritto: Venite al Signore Dio vostro, e offritegli i vostri voti. Promettiamo nella pace e nella fiducia; egli saprà darci il modo di mantenere i nostri impegni. Tuttavia, comprendete bene che non si tratta qui di offrire cose periture e terrene. Ognuno di noi deve offrire quello che il Signore ha riscattato in noi, cioè la sua anima. E se mi dite: E come offrirò la mia anima al Signore, che già la tiene in suo potere? Vi risponderò: Offrirete la vostra anima mediante costumi pii, pensieri casti, opere vive, distogliendovi dal male, volgendovi verso il bene, amando Dio e amando il prossimo, usando misericordia perché siamo stati noi stessi miserabili prima di ricevere la misericordia; perdonando a coloro che peccano contro di noi, perché noi stessi siamo stati nel peccato; calpestando l’orgoglio, perché è appunto l’orgoglio che perde il primo uomo”.

Così si esprime la misericordia della santa Chiesa invitando i peccatori al banchetto dell’Agnello fino a che la sala sia piena (Lc 14,23). La Sposa di Gesù Cristo è nel gaudio per effetto della grazia di rinascita che le concede il Sole divino. Comincia per essa un nuovo anno, e deve essere come tutti gli altri fecondo di fiori e frutti. La Chiesa rinnova la sua giovinezza come quella dell’aquila; si dispone, a presiedere ancora una volta su questa terra allo sviluppo del Ciclo sacro, e ad effondere di volta in volta sul popolo fedele le grazie di cui il Ciclo costituisce il mezzo. Attualmente, è la conoscenza e l’amore del Dio bambino che ci vengono offerti; siamo docili a questa prima iniziazione, per meritare di crescere con il Cristo in età e in sapienza, davanti a Dio e davanti agli uomini (ivi 2,52).

Il mistero di Natale è la porta di tutti gli altri; ma appartiene alla terra e non al cielo. “Noi non possiamo ancora – dice sant’Agostino nel suo xi Discorso sulla Nascita del Signore – non possiamo ancora contemplare lo splendore di Colui che è generato dal Padre prima dell’aurora (Sal 109,3); visitiamo almeno Colui che è nato da una Vergine nelle ore della notte. Non comprendiamo come il suo nome è prima del sole (Sal 81,17); confessiamo almeno che ha posto il suo tabernacolo in colei che è pura come il sole (Sal 18,6). Non vediamo ancora il Figlio unigenito che abita nel seno del Padre; pensiamo almeno allo Sposo che esce dalla sua camera nuziale (ibid.). Non siamo ancora maturi per il banchetto del Padre nostro; riconosciamo almeno la Mangiatoia di nostro Signore” (Is 1,3).

 

da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 102-113